
Se il tuo impegno non viene riconosciuto, lavorerai meno e peggio

Immaginate di lavorare duramente a una presentazione, in vista di un pitch per un’idea di business della vostra azienda. Vi ci mettete giorno e notte, saltate la visione di Rogue One cui tenevate tanto e vi chiudete in casa persino nel weekend, per gli ultimi ritocchi. Finalmente lunedì mattina vi presentate dal responsabile di progetto con l’ultima versione e lui vi dice: “Ottimo lavoro, però la presentazione è cancellata. Comunque non preoccuparti, ci saranno presto altre occasioni”.
Il vostro stipendio, alla fine del mese, arriva come sempre e il vostro contratto non è in discussione, eppure provate a rispondere sinceramente a questa domanda: non vi sentireste demotivati dopo un episodio del genere? È più o meno probabile che, la sera di quel lunedì, usciate dall’ufficio prima del solito? Se siete come la stragrande maggioranza delle persone, sicuramente questa situazione vi avrà scornato al punto giusto e non è improbabile che, appunto, quella sera decidiate di andarvene prima e che, magari, seguiate lo stesso comportamento per un po’ di tempo.
Il fatto è che il riconoscimento del nostro lavoro, o la parola ‘fine’ su un progetto cui lavoriamo, è un importante detonatore della nostra motivazione, che è un puzzle più complesso di quello che si possa pensare. L’incentivo monetario, lo stipendio insomma, è sicuramente un fattore importante, importantissimo anzi, nello spingerci a fare qualcosa. Ma non è tutto e, anzi, sempre più è importante, soprattutto nel mondo frenetico del digital e delle start up, tenere in considerazione altri aspetti altrettanto fondamentali e meaningful.
La motivazione è un ombrello sotto cui stanno tante cose: c’è sicuramente il denaro (perché no?), ma ci sono anche l’orgoglio, il significato appunto di ciò che si fa, il senso di lavorare in un ambiente sereno, lo scopo. Ognuna di queste dimensioni concorre a fare di noi delle persone motivate e non attraverso una semplice somma delle componenti, ma con effetti che si sovrappongono gli uni agli altri. Nelle scienze sociali, molti studi hanno dimostrato l’esistenza di meccanismi peculiari: si parla di effetto Lego proprio per dire quanto vedere concluso un proprio lavoro sia importante. E si chiama così perché alcuni ricercatori, per misurarlo, hanno chiesto a due gruppi di studenti di partecipare a un esperimento.
Il task, per usare un linguaggio tecnico, consisteva nell’assemblare, seduti comodamente su un tavolo davanti allo sperimentatore, dei Bionicles. La remunerazione era strutturata in modo che, per il primo Bionicle assemblato, si venisse pagati 3 dollari; per il secondo 2,7; per il terzo 2,4 e così via.
I membri del primo gruppo, nel cosiddetto trattamento meaningful, svolgevano il compito in modo che, finito di assemblare un robottino, lo stesso veniva posto dal ricercatore in una scatola. Le persone in questa condizione potevano quindi decidere di costruirne un secondo e, successivamente, un terzo e così via.
Il secondo gruppo, invece, era sottoposto al trattamento cosiddetto di Sisifo, in omaggio alla figura della mitologia greca che rappresenta le fatiche inutili per antonomasia. In cosa differiva questo secondo setting? Di fronte allo sperimentatore, ogni soggetto poteva montare un Bionicle e ricevere 3 dollari, come nel primo caso. Quando, però, finiva di montare il robot e passava al secondo, pagato 2,7 dollari, il primo Bionicle veniva immediatamente smontato dal ricercatore davanti agli occhi dello sfortunato studente. Se, dunque, quest’ultimo avesse deciso di assemblare il terzo bionicle, di fatto avrebbe finito per montare il primo, in un circolo vizioso. Pensate ad alcune pratiche di mobbing, in virtù delle quali si chiede a un lavoratore di eseguire ripetutamente operazioni completamente inutili e prive di significato. Alcune attività di chi è costretto ai lavori forzati assumono questa caratteristica di inutile crudeltà: scavare buche per ricoprirle e ricominciare a scavarne in un altro punto del terreno.
I risultati dello studio sono molto interessanti e mostrano che chi si trovava nel trattamento di Sisifo assemblava in media quattro robottini in meno di chi era nell’altra situazione. Quattro bionicle sono veramente molti e il dato interessante è che anche osservatori esterni, chiamati a predire l’esito dell’esperimento con i due diversi setting, non erano in grado di valutare correttamente la diversità di performance nelle due diverse situazioni. Chi guardava dall’esterno, cioè, era sì in grado, a priori, di stabilire che i soggetti del trattamento ‘dotato di significato’ avrebbero montato più bionicle, ma sbagliava completamente a stimare la differenza.
Da un punto di vista economico e delle sue implicazioni, l’effetto Lego ci dice che la mancanza di significato, di fatto, agisce in modo che il salario di riserva del lavoratore, l’ammontare minimo di denaro richiesto per accettare di svolgere una certa mansione, aumenta quando la propria attività è percepita come priva di significato.
Nel mondo inevitabilmente rapido e disruptive delle start-up i cambi di programma sono all’ordine del giorno: le idee nascono e muoiono continuamente, anche perché, come diceva Bertold Brecht, ‘sono come le palle di neve e se le tieni in tasca, si sciolgono’. Il fatto è, però, che bisogna comunque di qui le presentazioni interne negli spazi di coworking o la fase di beta continua, che non hanno soltanto lo scopo di testare il prodotto o il servizio per affinarlo al meglio, ma consentono sempre di vivere in una dimensione di ricerca perenne del significato. Al di là delle gratifiche monetarie, poi, seppure decisamente importanti, nulla può essere più salutare di una cena di gruppo con il proprio team, di una visita collettiva a una mostra: esperienze che cementino le relazioni e creino quel cuscinetto emotivo in grado di far fronte ai più che probabili incidenti di percorso nel growth hacking.
Chiedetevi se i vostri collaboratori sono felici e cercate di disegnare un ambiente per loro denso di significato, davvero meaningful.